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Le donne nel mercato del lavoro: determinanti e conseguenze

L’esperienza delle donne nel mercato del lavoro è sostanzialmente diversa da quella degli uomini perché spesso non vi entrano affatto, sono sotto-occupate o disoccupate, lavorano in settori diversi da quelli in cui lavorano gli uomini, per meno ore, e in posizioni inferiori. Quando lavorano guadagnano meno degli uomini, sia in generale, come risultato della diversa collocazione nel mercato del lavoro, sia a parità di occupazione, come risultato della struttura dei salari (fanno meno straordinari, si assentano per motivi familiari) o di pura e semplice discriminazione retributiva. Infine sono sottoposte a diverse forme di segregazione: orizzontale, perché hanno occupazioni diverse e in settori diversi, prevalentemente nei servizi e nel settore informale, ma anche, in alcune zone, nell’agricoltura (Asia e Africa sub-Sahariana); e verticale, perché non arrivano ai livelli più elevati: un “soffitto di cristallo” impedisce loro l’accesso al vertice della piramide organizzativa. Questo accade anche perché generalmente sono escluse dai settori chiave (sviluppo, finanze) e vengono occupate in aree meno cruciali per le imprese, come la gestione delle risorse umane e l’amministrazione: un “muro di cristallo” impedisce loro di penetrare nelle aree dalle quali si accede alle posizioni di potere.

Questa situazione è ampiamente documentata per tutti i paesi del mondo dall’ International Labour Office (ILO), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del mercato del lavoro [1]

La spiegazione razionale della diversa situazione delle donne rispetto agli uomini sta nel fatto che le donne hanno gravidanze e allevano figli. Di fatto, la riproduzione condiziona diversamente i due sessi nella partecipazione al mercato del lavoro: le evidenze statistiche hanno mostrato che se in una famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. ci sono figli in età pre-scolare il padre lavora di più e la madre di meno, cioè si accentua la differenziazione dei ruoli fra i generi. Ma lo stereotipo della donna che si occupa della casa e dei figli e dell’uomo che procura il reddito condiziona la posizione delle donne nel mercato del lavoro anche quando non hanno figli o addirittura non sono sposate, fin dalla scelta degli studi, più orientati alle materie umanistiche (che hanno minor rendimento nel mercato del lavoro) per le donne, a quelle tecnico-scientifiche per gli uomini. Ma anche a parità di formazione, le donne sono svantaggiate, trovano lavoro più tardi, in posizioni meno buone e con salari più bassi. Le teorie femministe hanno ribaltato l’interpretazione tradizionale di questo stato di cose affermando che la condizione delle donne nel mercato del lavoro è la conseguenza del suo stato di subordinazione all’uomo, ed è questo che determina la diversità nei ruoli e nelle opportunità.

La partecipazione delle donne al mercato del lavoro è simile a quella degli uomini solo nei paesi scandinavi e nell’Africa sub-sahariana [2] ; negli altri paesi è inferiore anche se in aumento, ed è minima nei paesi dove le donne sono sottoposte a vari tipi di seclusione (come ad esempio in India e nei paesi nordafricani), e risente delle vicende del ciclo di vita.

Vediamo come si inserisce la situazione italiana nel quadro appena tracciato [3] . In Italia, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è ancora molto distante da quella degli uomini, tuttavia è aumentata negli ultimi trent’anni: il tasso di attività è arrivato nel 2007 a 50,7% (contro il 74,4% per gli uomini), il tasso di occupazione al 46,6% (contro il 70,7% ) e la presenza delle donne nel mercato del lavoro è più stabile nel corso della vita. Per avere un confronto con altre realtà, consideriamo la Svezia, che è uno dei paesi in cui la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è più elevata: il tasso di occupazione delle donne è 71,8% contro 76,8% degli uomini. Non è invece diversa la situazione italiana da quella degli altri paesi sviluppati per quanto riguarda la formazione: le donne hanno meno frequentemente degli uomini una laurea scientifica (14,1% contro 34,6% in Italia, 14,0% contro 46,5% in Svezia nel 2006). Simile a quella degli altri paesi è anche la concentrazione delle donne rispetto agli uomini nel settore dei servizi, che sia in Italia che in Svezia occupa oltre l’80% delle donne, contro percentuali intorno al 60% per gli uomini. La situazione dei due paesi, invece, si differenzia da un lato per una maggiore discriminazione salariale in Italia rispetto alla Svezia (19% contro 15% è il Gender Pay Gap su base oraria [4] stimato con riferimento al 2002), dall’altro per la diversa estensione di nicchie di mercato compatibili con gli impegni familiari, come mostra la percentuale di occupati part-time, che nel 2007 in Italia è pari a 26,9% per le donne e a 5,0% per gli uomini, mentre in Svezia è pari a 40,0% per le donne e 11,8% per gli uomini. Ma ciò che fa più impressione nel confronto fra i due paesi è la diversa estensione della segregazione verticale, cioè la scarsissima presenza delle donne italiane al vertice delle piramidi organizzative: ad esempio nessuna donna in Italia si trova negli organi decisionali di una banca centrale nazionale, mentre in Svezia il 45% delle cariche di questo tipo è in mani femminili.

In complesso, quindi, le donne italiane stanno entrando più numerose nel mercato del lavoro, ma soffrono condizioni svantaggiate dal punto di vista della posizione, dell’orario, del salario, e raramente possono arrivare a quei livelli decisionali che consentirebbero loro di avere un’influenza, sia per quanto riguarda le politiche aziendali, sia per quanto riguarda le politiche di genere.

In questo modo in Italia, più che in altri paesi, la società viene privata del contributo di capacità e intelligenza di molta parte della popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune., con grave danno non solo per le donne ma anche per lo sviluppo del paese. Difatti, come afferma Anker, “excluding the majority of workers from the majority of occupations is a waste of human resources, contributes to rigidities in the labour market and reduces the economic ability to adjust to change [5] ”.

La mancanza di attenzione politica a questa situazione deriva dal fatto che in Italia vige ancora un sistema di welfare “familista”, che si basa sulla centralità della famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona., sulla divisione dei ruoli di genere, sull’uomo come breadwinner [6] e sulla donna come erogatore di aiuto e cura, nonostante l’evidenza di un cambiamento in atto del ruolo della donna dovuto alla sua maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Dall’adesione ideologica a questo modello deriva lo scarso impegno governativo sul fronte della compatibilità fra lavoro e figli e dell’equità dei ruoli fra i sessi. La scarsa presenza delle donne nel Parlamento italiano (21%, contro il 46% in Svezia e il 35% in Spagna, per citare un paese più simile al nostro) è al tempo stesso conseguenza e con-causa di questa situazione. Le donne italiane, schiacciate fra la necessità di lavorare e le necessità familiari, riducono gli impegni familiari limitando la fecondità; le donne che non lavorano, d’altra parte, soffrono ugualmente per la mancanza di supporto e di servizi per l’infanzia: una media di 1,3 figli per donna, contro gli 1,9-2,0 dei paesi Scandinavi, del Regno Unito e della Francia, è la conseguenza della maggiore difficoltà delle donne italiane di dare corso ai loro progetti riproduttivi in assenza di un adeguamento delle politiche sociali alla trasformazione di ruoli in atto. Questo dovrebbe essere oggetto di grande preoccupazione per chi governa, dato che un paese incurante delle conseguenze della bassissima fecondità, sia sul piano personale che sul piano sociale, si avvia verso un estremo invecchiamento della popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune. e uno squilibrio insostenibile dei sistemi pensionistici e sanitari.

Per saperne di più

Addis E. (2007), Il differenziale salariale tra i sessi e il patto di genere, in Pinnelli A., Racioppi F. e Terzera L.(2007), Genere, famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. e salute, FrancoAngeli, Milano

Anker R.(1998), Gender and job, ILO, Ginevra

Bambini C. e Racioppi F. (2007), Flussi di entrata e uscita nel mondo del lavoro, in Pinnelli e al. citato

Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (2003), Maternità e partecipazione delle donne al mercato del lavoro tra vincoli e strategie di conciliazione, Collana “Documenti” n° 49, disponibile su http://www.portalecnel.it/portale/d...

Del Boca D. (2000), Participation and fertility behavior of Italian women: the role of market rigidities, Child, 10

Di Giulio P., Ricci G. e Guasco E. (2007), La segregazione occupazionale di genere, in Pinnelli e al. citato

Fontana, R. (2002), Il lavoro di genere. Le donne tra vecchia e nuova economia, Carocci, Roma

European Commission (2006), Employment in Europe 2006, European Communities, Lussemburgo

Mc Donald, P. (2000), Gender Equity in Theories of Fertility Transition, Population and Development Review, Vol.26, No.3, pp.427-439

Reyneri, E. (2005), Sociologia del mercato del lavoro .Vol.I Il mercato del lavoro tra famigliaFamigliaInsieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. e welfare, Il Mulino, Bologna

International Labour Office (2004), Breaking through the glass ceiling. Women in management. ILO, Ginevra

[1] L’ILO ha in rete diversi siti che contengono indicatori del mercato del lavoro: Key Indicators of the Labour Market (KILM): http://www.ilo.org/public/english/e... Yearly statistics/Periodical Statistics: http://laborsta.ilo.org/ Segregat: http://laborsta.ilo.org/

[2] Nell’africa sub-sahariana le donne godono di una notevole autonomia rispetto ad altre aree con simili livelli di sviluppo

[3] I dati qui presentati sono diffusi dall’European Commission e disponibili sul sito internet: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/

[4] Il Gender Pay Gap è dato dalla differenza di salario medio orario fra uomini e donne, rapportata al salario medio orario degli uomini e moltiplicata per 100

[5] “escludere la maggior parte della forza lavoro dalla maggior parte delle occupazioni è uno spreco di risorse umane, contribuisce alle rigidità del mercato del lavoro e riduce l’abilità dell’economia di adattarsi al cambiamento”

[6] Il termine corrispondente in italiano è “ procacciatore di reddito”

Inserito il 11 ottobre 2008 da Antonella Pinnelli